Sei un narcisista?

La nostra società viene definita da diversi psicologi come “narcisistica” a causa dei canoni estetici su cui essa si basa. Il corpo, la bella apparenza e l’aspetto esteriore stanno prendendo il sopravvento, anche a causa del successo riscosso dai Social Network e dalle piattaforme che non permettono alla persona di esprimersi se non tramite il proprio fisico e la propria figura. Tuttavia, l’origine del termine “narcisista” la si ritrova agli albori della nostra cultura, e più precisamente, nel mito greco di Narciso.

Secondo la mitologia greca, Narciso era un giovane uomo, figlio della Ninfa Liriope e del Fiume Cefiso. Egli era dotato di una estrema grazia, tanto da essere reputato il ragazzo più bello di tutta la Grecia. Gli uomini e donne che lo incontravano si innamoravano all’istante mentre il bel ragazzo rifuggiva qualsiasi rapporto, quasi fosse schifato e poco interessato. Narciso amava guardarsi e crogiolarsi della sua “bella parvenza”, ma questa grande affezione nei suoi confronti gli impedì, per tutta la vita, di provare amore se non per se stesso e la sua estrema beltà. Tuttavia, la sua più grande fortuna divenne, ben presto, la sua maggiore disgrazia. La sua arroganza lo portò a rifiutare e disprezzare anche figure non umane, come semi-dei e ninfe, tra le quali la povera “Eco”, tanto amata dalle divinità dell’Olimpo. Il dolore causato da Narciso alla Ninfa fece adirare gli dèi, che si vendicarono sul ragazzo, mostrando come un dono possa diventare disgrazia. Narciso, infatti, in quello stesso giorno, si sentì assetato e si diresse verso il fiume per bere; una volta arrivato vide la sua immagine riflessa nell’acqua e iniziò a palpitare, innamorandosi della sua stessa figura. Nelle Metamorfosi Ovidio scrive: “quanti inutili baci diede alla fonte ingannatrice! Ignorava quel che vedeva, ma ardeva per quell’immagine”. Egli non era cosciente di aver davanti un riflesso e per giorni cercò di afferrare la sua stessa immagine. Dopo giornate intere di digiuno, Narciso morì davanti al fiume e davanti alla sua inafferrabile bellezza.

Prendendo spunto da questo affascinante mito, la scienza psichiatrica ha costruito e diagnosticato una vera e propria patologia. Il percorso che ha portato allo studio e alla creazione del termine “narcisismo” è partito da Sigmund Freud che tuttavia, come i suoi predecessori, lo interpreta come perversione patologica all’interno della vita sessuale dell’uomo. Egli, nello Studio sull’infanzia di Leonardo da Vinci del 1910, descrive il narcisismo come meccanismo secondo cui la libido del bambino porta ad una scelta omossessuale dovuta alla fissazione dei bisogni erotici della madre. Nel saggio Introduzione al Narcisismo del 1914, invece, Freud distinse due tipi di narcisismo: quello primario, tipico dei primi mesi di vita, quando l’Io della persona non si è ancora formato e un narcisismo secondario, che si verifica quando l’Io è già formato, e porta il soggetto a ritirare le pulsioni che provava verso gli oggetti per dirigerle verso se stesso.

Il narcisismo effettivamente non va a spiegare il caso di Narciso, anzi, come scrive James Hillman, esso lo falsifica, cambia la sua storia. Narciso è incosciente di ciò che vede nello stagno, non sa che quella bellezza deriva dal suo riflesso. Crede, finalmente, di aver visto una forma stupenda di un altro essere umano. Per questo motivo il suo amore non presenta caratteri “autistici” verso la propria immagine, anzi esprime attrazione per una visione che è – per citare il testo – “insieme corpo immagine e riflesso”. L’obiezione di Hillman sta nel fatto che a differenza dei narcisisti, come li intendiamo noi, il protagonista del mito non si innamora di se stesso perché si riconosce nel riflesso, lui si innamora solo del riflesso, del suo corpo ma non sapendo di essere lui quella figura nell’acqua.

Ma cos’è il narcisismo per la psicoanalisi moderna?  Esso è un disturbo della personalità che porta le persone ad esagerare le proprie capacità e i propri talenti, chi ne soffre è assorbito da fantasie, quasi ossessive, di successo e manifesta bisogni esibizionistici di attenzione e ammirazione. Questo disturbo porta il soggetto ad essere incapace di percepire i sentimenti altrui e utilizza le altre persone unicamente per raggiungere i propri scopi o per essere adulate. 

Si capisce come questa malattia, porti a lungo andare, all’autodistruzione della persona, che una volta ritrovatasi senza rapporti, o meglio, adulatori, non può fare altro che crogiolarsi fino alla fine nel proprio riflesso e fare la fine del povero Narciso.

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Arienti Stefano

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