Vivere nel passato: il genocidio degli Yazidi

È il 3 agosto 2014, otto anni fa. I combattenti dello Stato Islamico dell’Iraq (ISIS) occupano il Sinjar, regione nordica dell’Iraq a meno di quindici chilometri al confine con la Siria. È in questa distesa pianura che vive l’affascinante minoranza etnico-religiosa degli yazidi, un popolo ricco di storia ma che nel giro di pochi mesi venne completamente massacrato: gli uomini dovevano scegliere tra la morte o la conversione, mentre le donne vennero deportate, violentate, ridotte in schiavitù e vendute. 

Sotto molto punti di vista affini ai conterranei curdi e sopravvissuti a secoli di conquiste e persecuzioni religiose, gli yazidi fecero scalpore nella cronaca internazionale quando la loro tradizione orale raccontò dei drammatici fatti di otto anni fa, massacrati e sequestrati dalla minaccia terrorista. La storia di questo popolo è misteriosa e ammaliante e, per questa loro segretezza, si sono tenuti al sicuro dalle interferenze esterne; nonostante ciò, gli yazidi vennero a contatto con molte religioni e culture differenti nel corso dei secoli, influenzando il loro stile di vita e credo. La dottrina di questa minoranza appare ad oggi come una miscela di culti differenti, un “sincretismo religioso” basato sull’antica religione zoroastriana (in particolare nella differenza tra bene e male e la vittoria del primo), sul cristianesimo e, in minima parte, sull’Islam. 

Nel 2014 la furia delle “bandiere nere” si è abbattuta sulle poche centinaia di migliaia di yazidi (600.000 secondo i dati più attendibili) del territorio, identificati come “adoratori del Demonio”, direttamente giustificato anni più tardi dalla rivista ufficiale dello Stato Islamico, Dabiq. Solo nel 2017 si ebbero le prime stime ufficiali: oltre 4000 morti, dieci mila persone rapite (la maggior parte giovani donne costrette a divenire schiave del gruppo terroristico) e 400.000 profughi. Il sostegno delle forze curdo-irachene e del ponte aereo degli Stati Uniti riuscì a far evacuare oltre trenta mila membri della comunità; dopo la cacciata dell’ISIS nel 2017, solo oggi la popolazione sta facendo ritorno nei territori natii, segnati ancora dalle ferite delle persecuzioni e dalle sempre più numerose fosse comuni che talvolta vengono ritrovate. 

Sono ancora molti i dispersi, in particolare giovani donne e bambini. Il numero ammonta a 2871, fantasmi del genocidio di cui da otto anni non si ha alcuna informazione o traccia. C’è chi si nasconde nei campi siriani o negli orfanotrofi curdi, come Arduan, un bambino tornato in patria solo nel maggio 2021, dopo otto lunghi anni; i meno fortunati, invece, sono probabilmente ancora di proprietà di qualche ricco personaggio proveniente da Arabia Saudita, Egitto, Qatar e Tunisia.

Solo alla fine del 2015, due anni dopo il genocidio, iniziò n Germania la prima condanna all’ergastolo per Taha Al J., il quale, solo l’anno scorso, venne dichiarato colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità, il primo caso di condanna di un ex membro dell’ISIS per le violenze contro la popolazione irachena. L’uomo comprò come schiava una donna yazida e sua figlia di cinque anni nel 2015, punendo la seconda ammanettandola ad una finestra sotto il sole e lasciandola morire di caldo di fronte agli occhi della madre.

Vivere provando a dimenticare il passato; portarsi dietro una scia di sangue e dispersi, donne e bambine stuprate e rese schiave, uomini ammazzati per la loro fede. Non è vita è sopravvivenza. Sestr Alhamad è una di quelle donne che lo Stato Islamico ha provato a rendere schiava, abusata e posseduta dai terroristi. Riuscita a scappare in Germania, racconta a porte chiuse quei giorni massacranti, entrando nei minimi dettagli nel ricordo del marito defunto e riferendo con sobria generalità abusi, fame e paura che donne e bambini come lei dovettero affrontare e tutt’oggi continuano a ricordare. 

 

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Arienti Stefano

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