Woodstock: tra passato e presente

Quando parliamo di simboli, le nostre menti sono solite evocare immagini e ricordi legati ad un preciso evento storico. Possiamo sicuramente affermare che nel corso del ‘900 vi sono state immagini che hanno definito cambiamenti epocali e che evocano in noi un preciso sentimento. Negli anni ‘60 la cultura Hippy stava dilagando in tutto il territorio americano e i valori di libertà e unione camminavano spediti in tutta la popolazione più giovane. Fu così che quattro ragazzi, Michael Lang, John Robertson, Joel Rosenman, Artie Kornfeld si riunirono per creare un evento musicale. Inizialmente il progetto era quello di creare uno studio di registrazione nei pressi della contea di Ulster ma poco tempo dopo l’idea iniziale venne abbandonata con la volontà di organizzare un concerto musicale e artistico.

Nacque così il famoso Festival di Woodstock, che deve il suo nome alla società “Woodstock ventures” di cui erano proprietari i quattro fondatori. Inizialmente il festival doveva tenersi nella contea di Orange, ma gli abitanti del luogo, una volta venuti a conoscenza della portata del festival, si opposero, costringendo i ragazzi a ripiegare su un’altra località. Si decise, infine, di tenere il concerto a Bethel, una piccola città nella contea di New York: siamo nel 1969 e l’America è nel pieno della guerra in Vietnam.

Ciò che sorprese fu l’afflusso immenso di partecipanti: se ne contarono più di 500.000 mila, rispetto ai 186 mila biglietti venduti al botteghino. I concerti iniziarono avvolti da una pioggia misteriosa, quasi come se ci fosse una vera e propria resistenza naturale che volesse fermare questo festival, ma quando così tante persone si uniscono per gridare ad un ideale e celebrare la loro anima è difficile che qualcosa possa fermarli: cosa successe a quel festival è qualcosa di incredibile e gigantesco. Di certo la cannabis e le droghe furono i principali protagonisti e la possibilità di eccedere resero i partecipanti sempre più galvanizzati.

Il Festival durò addirittura un giorno in più del previsto e si arrivò all’ultima selezione di cantanti per l’esibizione finale. Sul palco salì il grande Jimi Hendrix, con la inconfondibile giacca bianca e la chitarra, capace di incantare le memorie di milioni di persone. Si esibì in una personale interpretazione dell’inno americano che, suonato con la chitarra elettronica, simulava il suono delle bombe che in quel momento i soldati americani sganciavano dall’altra parte del mondo. Dove si glorificava la pace e la libertà comunque esisteva la guerra e sono convinto che dall’altra parte del globo dove si combatteva e si sganciavano bombe per un attimo si è sentita la chitarra di Jimmy che invocava la pace.

L’immagine di Jimi Hendrix è diventata un’icona che tutti noi ricordiamo o di cui abbiamo anche solo vagamente memoria. Venendo ai giorni nostri non possiamo nient’altro che volere un altro grande simbolo che ci conduca alla pace: la musica non ha barriere e i confini delle nostre memorie davanti ad una canzone si uniscono quasi naturalmente; ecco perché i simboli sono araldi senza tempo e parlare di Woodstock 52 anni dopo risulta molto più attuale di quanto si possa pensare. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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