I sostenitori cinesi e la resistenza partigiana bielorussa: l’opposizione alla guerra

Cina e Bielorussia, rispettivamente in maniera implicita ed esplicita, sono due Stati che non hanno condannato l’invasione russa in Ucraina ma, anzi, hanno dato una parvenza di supporto a Putin nel desiderio di conquista. Pechino, attraverso accordi mediatici con Mosca, limita l’opposizione e le fazioni pro-Ucraina, non imponendo le sanzioni e continuando i suoi scambi commerciali con la federazione. Di fianco, Minsk appare completamente dedita alla madrepatria Russia, complicando i già minimi rapporti con l’Unione Europea e rafforzando le economie di entrambi i Paesi; il governo di Lukašėnko si offriva e continua ad offrirsi come solido partner del Cremlino, non solo dal lato “commerciale”, ma soprattutto con una vicinanza culturale che caratterizza questi due poli. Nonostante i forti controlli dei due regimi pro-russi, continuano a comparire notizie di controparti politiche, che alimentano l’opposizione contro i governi e, soprattutto, provano a far aprire gli occhi della popolazione locale verso ciò che sta accadendo in Ucraina.

I mercati azionari stanno crollando. Zelensky può morire velocemente?”. “Sosteniamo la Russia per eliminare i cani neonazisti della Nato”. I social network cinesi appaiono, in questi giorni, tutt’altro che gentili con l’Ucraina, con commenti provenienti sia da normali utenti che da eventuali “troll” al servizio della propaganda. La cooperazione tra media cinesi e russi nella disinformazione sta procedendo a pieno ritmo, rafforzando i diversi accordi di scambio di contenuti mediatici già iniziati nel 2013. Diverse ricerche della Stanford University (Stati Uniti), hanno setacciato circa 500.000 messaggi cinesi pubblicati sui social network, dopo le prime due settimane di conflitto: circa il 50% è a sostegno di Putin e della sua guerra, mentre un buon 10% la critica esplicitamente. Lo stesso Presidente della Shanghai Association for Research in Public Policy e docente dell’Institute of Marxist Studies della Scuola del Partito Comunista di Shangai, Hu Wei, ritiene che lo “Zar” abbia commesso un “irreversibile errore” e che la Cina debba, con la massima urgenza, avvicinarsi all’Occidente per evitare il rischio di isolarsi come Mosca. Il mondo accademico, da storici a intellettuali, fin dall’inizio degli scontri, ha continuato a criticare la guerra, denunciandola pubblicamente come una “violazione degli standard internazionali basati sulla Carta delle Nazioni Unite”, secondo quanto si legge da una lettera aperta proposta da cinque storici appartenenti a prestigiose università cinesi. 

 

In Bielorussia, invece, l’opposizione alla guerra e al governo è ancora più marcata, radicata nello Stato grazie al Web e ad attacchi hacker. Il 27 febbraio, tre giorni dopo l’invasione, la rete ferroviaria bielorussa è quasi crollata: i treni si sono fermati, e non è stato più possibile acquistare biglietti online, così la popolazione si è dovuta obbligatoriamente recare direttamente agli sportelli delle stazioni. Questo attacco aveva lo scopo di rallentare il trasporto delle truppe russe ed è stato rivendicato dal celebre gruppo di attivisti informatici “Cyberpartisan”. Questa è un’organizzazione di hacker bielorussa, nata con lo scopo di sfruttare qualsiasi falla informatica Governativa per ritorcerla contro il governo di  Lukašėnko. In pochi mesi hanno messo mano ai database più sensibili degli apparati statali, ottenendo – a detta loro – le prove concrete delle brutali repressioni, dei crimini commessi dal governo e dalla polizia, stilando una lista di quasi 39.000 persone coinvolte nell’ascesa corrotta del presidente. “Le nostre azioni sono dirette contro i gruppi che hanno preso illegalmente il controllo del Paese. Stiamo facendo tutto il possibile per ripristinare lo stato di diritto in Bielorussia”, afferma a ZEIT ONLINE un rappresentante dei “partigiani informatici”: “Crediamo che noi, che abbiamo le capacità per combattere la tirannia, abbiamo una responsabilità nei confronti della società bielorussa”. 

I media possono essere manipolati, distrutti e controllati, perché essendo frutto della mente umana hanno dei limiti evidenti, possono essere “bucati”. L’incredibile escalation informatica in Bielorussia, e la “voglia di democrazia” in Cina dimostrano come la verità dei fatti, la giustizia e lo stato di diritto possono e devono penetrare anche davanti a regimi oppressivi. Forme di controllo che  non possono essere perfetti, come descriveva Orwell nel suo libro.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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