Della crisi dei partiti politici: causa o conseguenza della disaffezione democratica?

I partiti politici possono morire? Sì. Stiamo assistendo oggi ad una carenza politica dei partiti all’interno di tutti gli Stati democratici, principalmente europei. O meglio, la vita dei gruppi partitici si è drasticamente ridotta ad una banale sopravvivenza: sono sempre meno le fazioni che rimangono al potere per un lungo periodo di tempo o che mantengono una stabilità di consenso. La forma del “partito tradizionale” è ormai scomparsa; un gruppo in grado di conciliare a sé uno specifico ideale politico, mantenerlo forte per anche decenni e continuare a suscitare nella popolazione una radicata affezione alla politica. Oggi è completamente l’opposto: osserviamo un popolo sempre più distaccato dalla “res publica”, partiti costretti ad indesiderate coalizioni per rimanere al comando, singole figure – “leader” – innalzate a divinità con la “verità tra le mani”. Siamo di fronte ad una vera e propria crisi dei partiti politici

Per capire le motivazioni di questa “discesa partitica”, occorre innanzitutto analizzare il drastico cambiamento avvenuto nel rapporto elettore-partito e il nuovo ruolo della tecnologia nella politica. Ai tempi dei nostri nonni, di De Gasperi, Togliatti e Nenni, vigeva in Italia (come anche in Europa) un profondo “amore” per il partito: il vero cuore della politica e simbolo di uno status e ideale sociale ben delineato. C’era una vera e propria identificazione partitica, un legame psicologico-emotivo e, talvolta, poco razionale che legava un elettore ad un gruppo, al di là del tipo e dello stile di comunicazione utilizzato. L’imponente ingresso della tecnologia, dell’iper-globalizzazione e, soprattutto in Italia, della televisione, ha ribaltato il modo di osservare e di legarsi ad un partito politico. Prendiamo il caso delle elezioni del 1994 nella nostra penisola, che hanno visto il grande trionfo di “Forza Italia” e di Silvio Berlusconi: la costante interazione possibile con il telespettatore, la stratificazione dei media dentro ogni abitazione e la dirompente possibilità di rendere la politica un grande palcoscenico, hanno cambiato totalmente l’obiettivo della “ragion di stato”. Il fine della politica non fu più quello di cementare un proprio ideale in una specifica classe sociale, ma quello di conquistare il maggior numero di elettori; votanti sempre meno legati ad una “squadra” e predisposti anche a cambiare completamente la propria posizione politica. 

È una politica più blanda, meno attenta, più scenografica. Il partito non viene più prima del cittadino; non è più colui che consegna un ideale che l’elettore decide di abbracciare o meno. È una spirale completamente rovesciata rispetto al passato: i media (in un certo senso) “formano” l’individuo, e il partito è costretto a sottostare ed adeguarsi al nuovo “elettore mediatico”, cercando di captare le principali dottrine e desideri da implementare nel partito. Si è venuta a formare quella che possiamo definire una “logica di marketing”, la costruzione di un leader e delle immagini del suo partito, sfruttando al massimo la molteplicità dei canali comunicativi messi a disposizione e la possibilità di inviare messaggi mirati a specifici gruppi sociali. La nuova “popolazione tecnologica”, però, cambia, e cambia ad una velocità ancora impossibile da gestire per i partiti democratici. In Francia, per esempio, nei sondaggi per le prossime elezioni presidenziali, gli storici partiti che per decenni hanno governato Parigi, il Partito Socialista e Les Républicains, nel 2017 non sono riusciti a qualificarsi al secondo turno elettorale, per la prima volta dal 1958. E cinque anni dopo, il consenso per i due partiti si è dimezzato: “Se ci avessero detto che PS e LR peseranno tra loro circa il 12% non ci avremmo creduto”, ha riassunto con stupore il ministro della Salute, Olivier Véran. 

Rimane un ultimo livello di analisi da considerare: come considerare questa crisi partitica? Due sono le opzioni: o un sintomo o la causa di una generale disaffezione democratica. Ad oggi, non vi è una risposta certa, ma in entrambi i casi è presente un fattore comune: la democrazia è in crisi. In tutto il mondo occidentale e liberale vediamo costanti segnali di rigetto delle procedure della democrazia rappresentativa, dei suoi organi e del suo passato. L’entusiasmo democratico sta chiaramente venendo meno, con una società difficilmente in grado di accogliere e rispondere alle richieste degli elettori. Il mondo cinese, esplicitamente non democratico, non è costretto ad osservare la società, ad aspettare le elezioni o considerare un livello di eguale democrazia tra tutti i partiti in gioco. È un processo decisionale più veloce ed istantaneo, così come lo è il mondo mediatico. Siamo e vogliamo essere “elettori veloci”, immediati, sotto un certo punto di vista anche “superficiali”, e così pretendiamo che sia anche la società che ci circonda. La democrazia, però, per come l’abbiamo sempre conosciuta, non può e non riesce a reagire con prontezza ad una nuova “società fluida”, astratta e virtuale. La democrazia non è mai stata così lontana dal suo fine.

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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