Democrazia liberale e Impero. Un’analisi socio-politica

Il futuro del mondo sembra assestarsi sempre più verso il passato. L’abbandono del colonialismo e la nascita di un grande sistema di Stati sovrani sembra essere stata solo un’eccezionalità nella storia del nostro pianeta. Dalla grande avanzata cinese nell’Occidente alle invasioni e guerre militari russe, sempre più grandi Stati vogliono ampliare la portata dei loro confini e della loro forza governativa, tornando, quindi, a stabilire nel mondo il proprio Imperium. La democrazia liberale, regime politico in cui il riconoscimento della sovranità si affianca all’intangibilità delle libertà individuali, è nata e cresciuta in due contesti molto differenti tra loro, o meglio, è stata quel soggetto che prima ha supportato e poi combattuto per la fine dell’Impero, organizzazione politica in cui uno Stato o nazione impone il proprio potere su altri Paesi. Sono quindi, Impero e Liberalismo, due tipologie d’ordine completamente opposte: la prima implica la ricerca di limiti costituzionali al potere statale e con un ordine impostato su Stati indipendenti e autonomi; il secondo, invece, è un controllo politico formale o informale su una realtà più debole e con relazioni organizzate in senso “verticale”.

 

Nonostante questa abissale differenza, alcuni aspetti della democrazia liberale l’hanno resa tollerante e persino favorevole all’Impero. Secondo gli storici e politologi di quest’epoca, XVIII e XIX principalmente, l’evoluzione delle civiltà poneva nell’Impero una strada per il progresso. Lo stesso John Stuart Mill, filosofo ed economista britannico neo-liberale, definì l’Impero come il mezzo migliore per far progredire le società meno sviluppate, “rimuovendo gli ostacoli al miglioramento che mai sarebbero stati abbattuti se la popolazione soggetta fosse stata abbandonata alle sue naturali tendenze e possibilità”. Le democrazie liberali emersero tra la fine del XVIII e inizio del XIX secolo, all’interno di un immenso apparato globale di imperi: erano quindi delle “unicità” nel sistema politico di quest’epoca, dediti alla costruzione di relazioni basate sul riconoscimento reciproco, uguaglianza sovrana e indipendenza territoriale che, inevitabilmente, doveva trarre le proprie iniziative dalle secolari radici imperiali. Inoltre, i primi anni di questo internazionalismo liberale era intriso di nozioni di gerarchia razziale e civilizzazione, compreso in un forte ambito di “eurocentrismo” tipico del sistema imperiale: come l’Impero, appunto, si trasmetteva un’idea di società europea nettamente superiore rispetto a quelle colonizzate, intrisa di virtù e istituzioni avanzate; lo “standard di civilizzazione” veniva quindi associato alla missione civilizzatrice dell’Impero europeo. 

 

Dalla Seconda guerra mondiale in poi e, ancora prima, con la nascita della Società delle Nazioni, l’eurocentrismo venne sostituito da una concezione di rapporti più universale e inclusiva, garantita da un nuovo concetto di civilizzazione legato alla “modernità”: la nuova visione non era più tra Occidente e mondo non occidentale, ma tra mondo liberal-democratico e mondo illiberale. Secondo lo scrittore e teorico politico Leonard Woolf, “il barbaro non è quindi soltanto alle porte; è sempre stato dentro le mura della nostra civiltà, dentro le nostre menti e i nostri cuori”, un nuovo pensiero che costrinse gli internazionalisti occidentali a ripensare ai loro principi e progetti di superiorità. Il tentativo di unipolarità americana, a seguito della vittoria nella Seconda guerra mondiale e al nuovo nemico illiberale (l’Unione Sovietica), vedeva come unica possibilità di successo una dissoluzione degli Imperi del mondo, schierandosi con movimenti di indipendenza per espandere la propria influenza e indebolire quelle delle altre potenze imperiali. 

Oggi il mondo è in bilico tra queste due visioni. Se da un lato l’America e l’Europa tentano di annettere ancora sempre più Stati all’interno del loro modello liberale, nuovi players come Cina e India stanno provando a ricostruire i loro Imperi, imponendo i loro ideali a quelle culture “stanche” del liberalismo democratico. La Russia, con l’attuale invasione e guerra a Kiev, continua ad approfittarsi di una “dormiente” democrazia per sorpassare il diritto internazionale e riposizionarsi in una cornice di tanto amata Guerra Fredda, allineandosi ad una concezione di ritorno dell’Impero. La Cina, invece, velando il più possibile la sua “voglia imperiale”, cerca di accompagnare il suo percorso di conquista con tecniche sia liberali che illiberali, mostrandosi al mondo come mediatrice di guerra ed esportatore liberale, ma, allo stesso tempo, continuando la sua marcia verso il monopolio economico e coercitivo sulle popolazioni più arretrate.

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Arienti Stefano

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