È ora di fuggire

Le Nazioni Unite hanno riferito che oltre 1,5 milioni di persone sono già fuggite dall’Ucraina, cercando un appoggio nei Paesi limitrofi a Kiev: è “la crisi dei rifugiati in più rapida crescita” in Europa dalla Seconda guerra mondiale, ha affermato l’ONU stessa in un post su Twitter. Sono numeri in costante crescita e le recenti stime affermano come un totale di quattro milioni di persone potrebbero lasciare il territorio in un momento di guerra prolungata. Nel 2015, anno record per le migrazioni in Europa, ci vollero quattro mesi per superare il mezzo milione di arrivi, a cui si aggiunse l’ingresso di 1,3 milioni di profughi siriani alla fine dell’anno; nel caso ucraino, il numero di profughi potrebbe essere anche il triplo.

La migrazione forzata è quel fenomeno di movimento migratorio caratterizzato da elementi di coercizione derivanti da calamità naturali o da cause umane, comprese le minacce alla vita e al sostentamento. Sempre più persone sono costrette, a causa dei cambiamenti climatici o alle folli idee di fanatici governanti, a scappare in tutto il mondo. Riprendendo come anno d’analisi il 2015, guerre e persecuzioni hanno incrementato significativamente il numero di migrazioni forzate nel mondo: il rapporto “Global Trends” dell’Agenzia ONU per i Rifugiati, ha riportato che sei anni fa circa 65.3 milioni di persone sono fuggite dai loro Paesi natii, la prima volta che venne superata la soglia dei sessanta milioni di persone. A livello globale, con una popolazione mondiale (ai tempi) di 7.35 miliardi di persone, questo numero significa che una persona su 113 è un richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato, un numero più alto rispetto agli abitanti sia di Francia che Germania. Se fino a pochi giorni fa, solo tre Paesi – Afghanistan, Siria e Somalia – “producevano” metà dei rifugiati del mondo, la guerra di Putin potrebbe far aggiungere l’Ucraina alla lista di questi Paesi. 

Dei quattro milioni di profughi che le Nazioni Unite si aspettano dal territorio di Kiev, molti di questi potrebbero entrare in Europa senza visto o permesso, costretti per non rimanere uccisi dai sempre più mortali bombardamenti del Cremlino. A tal proposito, il 3 marzo, i ministri dell’Interno dell’UE hanno deciso di accogliere questi rifugiati in modo rapido e non burocratico, facendo entrare in vigore la direttiva della “protezione temporanea” in caso di “afflusso massiccio”: alle persone, infatti, sarà riconosciuto il diritto di soggiorno per un anno, il diritto alle prestazioni sociale e il permesso di lavoro; per tutto ciò non sarà necessario richiedere una domanda d’asilo (come da prassi), con una possibilità di estensione fino a tre anni. 

Dove scappano i profughi ucraini? Ovviamente i Paesi limitrofi l’Ucraina sono le mete principali: se la Bielorussia ha visto arrivare solo 400 persone (per il forte appoggio a Mosca), Ungheria, Slovenia, Moldavia e, soprattutto, Polonia sono le Nazioni che maggiormente devono sostenere questo ininterrotto flusso: Varsavia (capitale della Polonia) ha già, infatti, accolto oltre 750 mila ucraini, condannando duramente le drammatiche iniziative del presidente russo Putin. 

Il supporto mediatico e la decisione della direttiva di “protezione temporanea” del 2001, mostrano un’immensa effusione di generosità del mondo occidentale, non tipico della popolazione dal punto di vista “social” e strana dal punto di vista governativo, in contrasto con la riluttanza espressa nei confronti del “mondo del Sud”, soprattutto verso le guerre siriane e afghane. I governi dell’Europa centrale hanno spalancato le porte ai rifugiati, soprattutto Ungheria e Polonia, permettendo un pieno accesso al sistema sanitario nazionale: “Conosciamo la differenza tra un migrante e un rifugiato. Migranti, li arrestiamo. Rifugiati, diamo loro tutto l’aiuto di cui hanno bisogno”, ha affermato il primo ministro nazionalista ungherese Viktor Orban. Nonostante questa carità e “magnanimità”, quello che preoccupa e innervosisce molte organizzazioni umanitarie è la differenza di supporto che viene consegnata ai diversi profughi in base al loro Paese d’origine. Le parole di Orban, nascoste da un’atipica prodigalità, vanno ad identificare come “migranti irregolari” tutti coloro che scappano dalle guerre in Siria o Afghanistan nel 2015: “Gli aiuti della società civile hanno assunto proporzioni assolutamente immense, ma ciò che ci preoccupa è la segregazione degli arrivi dagli altri continenti, trattati in modo diverso dalle autorità e dalla popolazione”, ha dichiarato la presidente del Forum polacco sulla migrazione, Agnieszka Kosowicz. 

Questa “grandezza d’animo” governativa è quindi la scoperta di un nuovo senso di accoglienza o lo sfruttamento di una situazione “mediaticamente” forte per ottenere maggior audience e successo all’interno del proprio Paese? 

 

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Arienti Stefano

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