Il lamento della comunità afroamericana negli Stati Uniti

Il 12 gennaio l’attuale presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha dovuto compiere quello che per molti è stato considerato un inevitabile pellegrinaggio politico ad Atlanta, in Georgia, di fronte alla tomba di Martin Luther King per incontrare esponenti della comunità afroamericana. È il tentativo di ricomporre una simbolica riconnessione con quella parte dell’elettorato americano persa durante l’amministrazione Trump, nonostante un grave problema di identificazione delle priorità riguardo questa comunità. C’è una profonda difficoltà di comunicazione tra le due parti, che Biden deve obbligatoriamente sistemare per staccarsi il più possibile dalle linee guida del suo predecessore. 

Una prima zona d’ombra rilevabile è l’assenza di sicurezza nei confronti degli afroamericani. Bryant Marks, professore di psicologia alla Morehouse University di Atlanta, è chiamato dalla presidenza Obama a tenere incontri con i vari dipartimenti di polizia del territorio per conversare riguardo tematiche conflittuali con la popolazione: razza, sesso, religione, migranti e, soprattutto, l’attenzione nei confronti di questa comunità. Non si può parlare semplicemente di un conflitto costante tra polizia e popolazione, ma una tendenza sempre più preoccupante di distacco delle forze dell’ordine nei confronti della comunità nera del Paese, accelerata vertiginosamente dopo le questioni di George Floyd. La conseguenza è stata un forte aumento della criminalità: “La prima cosa che viene in mente ad Atlanta non è l’uso eccessivo della forza, ma una domanda tra gli afroamericani: siamo ben protetti? Alcuni agenti sono riluttanti a intervenire”, secondo Marks, costringendo la minoranza nera a far sentire la propria voce attraverso manifestazioni violente o atti di vandalismo. Joe Biden deve, perciò, camminare su un filo sottile: promuovere da un lato una legislazione di riforma della polizia e una maggior considerazione della sicurezza afroamericana, stando però attento ai costanti attacchi dell’opposizione repubblicana e dell’ancora alto numero di cittadini razzisti. 

Un equilibrio, quello che il Presidente deve raggiungere, anche nella questione del diritto di voto, di fronte ad una comunità, quella afroamericana, che copre il 12% della popolazione statunitense e che in Stati come Washington D.C., Mississippi, Louisiana e Georgia supera il 30% dell’elettorato totale. “Sette ore, 45 minuti e 13 secondi. È il tempo che ho impiegato alle scorse elezioni per votare”, così ha affermato un cittadino statunitense afroamericano a Fulton, Georgia: l’esercizio del diritto di voto per le minoranze è diventato negli ultimi anni sempre più difficile, una corsa a ostacoli contro la burocrazia americana e le sempre più determinanti leggi discriminatorie da parte di quegli Stati sotto controllo repubblicano. L’adozione di queste limitazioni amministrative è, attualmente, avvenuta in ben diciannove Stati della Federazione, immobilizzando la Casa Bianca per oltre un anno. Solo a gennaio Biden ha ripreso l’argomento, spingendo il Congresso a modificare una legislazione sul conteggio e il metodo di voto che rimane invariato dal 1887. 

La preoccupazione maggiore di un chiaro ampliamento delle libertà verso le minoranze, proviene principalmente dall’intransigente Partito Repubblicano, impavido dopo i quattro anni di amministrazione Trump e cristallizzato da ideali alquanto “retrò”. La più recente dimostrazione di questa “fermezza politica” è avvenuta il 7 febbraio, quando la Corte d’Appello ha contestato la riorganizzazione elettorale nello Stato dell’Alabama: la forte concentrazione repubblicana e conservatore – di fianco ad un ovvio disprezzo della magistratura verso il Voting Rights Act del 2013 – ha permesso di concentrare il voto nero solo in uno dei sette collegi elettorali dello Stato meridionale, rendendo talvolta impossibile l’azione di voto per alcune comunità povere, impossibilitate a spostarsi in un territorio grande un terzo dell’Italia. 

La debolezza e l’incertezza del Partito Democratico, di fianco ad una cristallizzazione repubblicana su ideali alquanto “retrò”, stanno rovinando l’immagine di un’America “esportatrice della Democrazia” nel mondo ma, soprattutto, facendo venir meno lo status di “cittadino” a molte persone della comunità afroamericana dello Stato. 

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Arienti Stefano

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