Il ritorno del Containment: la profezia di George Kennan

L’espansione della Nato è l’errore più grave degli USA dalla fine della guerra fredda. Spingerà la politica russa in direzione contraria a quella che vogliamo”. È il 1997 e il diplomatico statunitense George Kennan – come un vero e proprio “profeta” – prefigurava in un articolo del 1997 sul “New York Times” uno scenario spaventosamente simile a quello odierno in Ucraina. Un monito che per molti ha dell’incredibile, una perfetta e accurata descrizione di quello che in questo mese ha arricchito le pagine di tutti i giornali: “Una simile decisione […] potrebbe avere un effetto avverso sullo sviluppo della democrazia russa, ripristinare l’atmosfera della Guerra Fredda e spingere la politica estera russa in direzioni a noi decisamente gradite”. Il “ritorno di Kennan”, però, ha radici ancora più antiche, ancora più radicate, risalenti addirittura al periodo post Seconda guerra mondiale, individuando già a quei tempi la necessità di un “contenimento” russo e l’attenzione della NATO nell’applicarlo. 

È il 22 febbraio 1946 e un giovane diplomatico americano dell’ambasciata americana a Mosca inviò al segretario di Stato, James Byrnes, un telegramma di più di ottomila parole, quello che passerà alla storia come il “Lungo Telegramma”. George Kennan, pochi giorni prima della scrittura del telegramma, si trovava al Teatro Bolshoi, in attesa del discorso del grande Iosif Stalin: lo Zar dichiarò – senza mezzi termini – la volontà di espandere la politica estera sovietica fino ad arrivare al Mediterraneo, un imperialismo speculare a quello statunitense. La preoccupazione di Kennan riguardo il discorso e le intenzioni di Stalin, portarono l’incaricato d’affari a stilare un report d’analisi e di dottrina che l’America doveva attuare rigidamente. Se Stalin è come Hitler non si fanno trattative, ma guerra totale, se necessario anche con l’utilizzo del nucleare; se Stalin non è Hitler, allora sarà necessario applicare l’arte della “pazienza politica”: questo schema assuntivo iniziale – che procedette verso la seconda ipotesi – portò a sviluppare la riflessione di Kennan che, da buon diplomatico, lasciò poco spazio all’azione militare e sottolineò “aspetti sociali” più attuali che mai. “Sono convinto che oggi nel nostro paese ci sarebbe molta meno isteria antisovietica, se la realtà della situazione russa fosse meglio compresa dalla nostra gente. Non c’è niente di più pericoloso o terrificante come l’ignoto”. Il primo grande passo degli americani nel lontano 1947 e – per molti esperti – quello (mancato) occidentale nell’attuale guerra in Ucraina è “quello di comprendere, e riconoscere per quello che è, la natura del movimento con cui abbiamo a che fare”: una conoscenza più accurata e dettagliata della situazione di Mosca con gli Stati limitrofi, avrebbe potuto evitare una crisi economica e, chissà, centinaia di morti. 

Poco più di un anno dopo l’invio del Telegramma, il trentatreesimo presidente americano, Harry S.Truman, apriva la sua amministrazione con un lungo discorso al Senato, annunciando l’avvio della cosiddetta “Dottrina del Containment”, su ispirazione proprio di George Kennan. La fitta analisi del fenomeno sovietico ha portato all’inesorabile necessità di contenere l’URSS, non in maniera indefinita ed incontrollata, ma attraverso una formula scientifica lì dove effettivamente necessario. Il mondo prefigurato dal diplomatico (una suddivisione globale tra le maggiori potenze mondiali) assunse, però, la distorsione di una visione bipolare del mondo: nessun possibile dialogo tra USA e URSS, una spartizione bipolare di due universi da mantenere obbligatoriamente distanti tra loro e che in quanto “universale” non può prevedere un controbilanciamento ragionato all’offensiva sovietica. È la necessità di ricacciare la minaccia comunista in ogni sua forma e in ogni luogo. 

Noi tutti, oggi, siamo un po’ Harry Truman. Con l’invasione di Putin abbiamo sostituito la possibilità di un pensiero ragionato e un plausibile odio verso lo Zar, ad una totale “russofobia”, una percezione di terrore e sgomento a tutto ciò che è “sovietico”. “Neppure il tempo di sentirsi di nuovo fieri di appartenere a un Occidente finalmente coeso e coerente nella risposta dura all’invasione russa, che subito le cose prendono una piega avvilente” (Marzo Zucchetti, “Le sanzioni a Dostoevskij e la russofobia a fin di bene”, Il Giornale): la censura del corso di Dostoevskij all’Università Bicocca di Milano, lettere di non trattamento medico per pazienti russi in un ospedale tedesco, la “violenza mediatica” contro l’autrice e sceneggiatrice Anastasia Gorokhova. Abbiamo trasformato la nostra coesione in odio cieco, una pretesa “alla Truman” di azzeramento sovietico. E tutto ciò – come ben possiamo immaginare – non fa che alimentare le garanzie di Putin e del Cremlino per continuare la sua invasione e, chissà, procedere alla conquista dell’Est Europa. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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