Il ritorno della bomba nucleare

Il 3 gennaio 2022 i leader dei cinque principali Stati detentori di armamento nucleare, Cina, Russia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia, hanno rilasciato la “Dichiarazione congiunta sulla prevenzione della guerra nucleare e sulla prevenzione della corsa agli armamenti”. La domanda sorge spontanea: perchè nel 2022 sentiamo ancora parlare di “guerra nucleare”?

L’importanza delle armi di distruzione di massa è sempre stata centrale nel corso della storia contemporanea. Possiamo dimostrare questa tendenza attraverso almeno tre momenti storici, uno conseguente all’altro: la nascita della bomba nucleare; la proliferazione di quest’ultima anche dopo la fine della Guerra Fredda; i due accordi principali per limitare questa diffusione nucleare. 

Il mondo è cambiato dopo quei drammatici 6 e 9 agosto 1945, quando gli USA sterminarono le città di Hiroshima e Nagasaki. Lo sviluppo della bomba nucleare, da quel momento in poi, rimase la preoccupazione centrale dei leader di USA e URSS per tutto il corso della Guerra Fredda: la necessità di esportare il proprio modello politico e la mancanza di controllo completo degli “Stati satellite” rendevano la minaccia del nucleare un fattore decisivo, una esponenziale credibilità di questo nuovo rischio. 

Questo nuovo concetto venne sintetizzato da Bernard Brodie nel 1946, secondo il paradosso della rivoluzione nucleare: “Fino ad oggi lo scopo principale di tutto l’apparato militare è stato quello di vincere le guerre. Da oggi in poi lo scopo principale è quello di evitarle”; si formò così un concetto di “deterrenza” che caratterizzò tutto il periodo della “Pace Calda” e oltre.

La proliferazione delle armi nucleari è continuata e continua tuttora, nonostante la fine della Guerra Fredda. Molti Stati di oggi si sono dotati dell’armamento nucleare solamente per quel concetto di deterrenza sopra spiegato (per esempio, l’arma atomica di Israele serve per contenere le azioni militari di Siria, Iran e Iraq nel proprio territorio). La proliferazione nucleare rappresenta, invece, per molti autori un grave pericolo per l’equilibrio geo-globale: “un mondo composto da tanti Stati nucleari può aumentare la diffusione di posizioni più azzardate in termini generali” (Sagan, 1995). 

Furono quindi due gli accordi principali firmati dai diversi Stati del mondo. Il primo, che iniziò nel 1972, prese il nome di “Progetto SALT”: questo piano si sviluppò nel corso degli anni,e venne implementato definitivamente nel 2010 (“Nuovo START”) con la limitazione al possesso di 1550 testate strategiche attive e la possibilità per ogni parte di ispezioni in loco per la verifica del rispetto dei termini del trattato. Secondo, nel 1968 venne istituito il cosiddetto “contratto nucleare”, giunto alla firma di 189 paesi nel 2012, con lo scopo di offrire vantaggi a quei paesi che non dispongono di armamento nucleare: gli “Stati nucleari”, afferma il contratto, hanno lo scopo di impegnarsi nei confronti dei paesi non detentori, consegnando tecnologia e finanziamenti utili a scopo civile. 

Tornando al presente dopo questo “excursus storico”: perché si è sentita la necessità di sviluppare questa Dichiarazione? La risposta è incerta e ambigua. Secondo il “Quotidiano del Popolo” (principale giornale asiatico e cinese) e le parole del viceministro cinese degli Esteri, Ma Zhaoxu, la Cina si è posta su un piano superiore rispetto gli altri Stati (quasi per “egocentrismo”) per l’attuazione di questa Dichiarazione e sul rafforzamento della governance globale in campo nucleare. Una Cina che, però, nel 2021 ha stanziato ben 209 miliardi di dollari per lo sviluppo militare (contro i 778 miliardi di dollari di Washington). 

Stiamo osservando paesi, soprattutto USA e Cina, veramente intenzionati ad una limitazione dello sviluppo militare e nucleare, o solamente a “Dichiarazioni-maschere” per proteggere la propria necessità di “sviluppo atomico”?

 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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