La morte dell’Afghanistan

All’alba del 31 agosto 2021, gli Stati Uniti hanno completato il ritiro dall’Afghanistan, concludendo così, dopo vent’anni di scontri e massacri, la guerra più lunga della storia americana. 122 mila persone sono state evacuate dallo Stato, lasciando ai talebani la “piena indipendenza” di Kabul e della regione, con l’accordo di “impegnarsi a garantire un passaggio sicuro” e mantenere le promesse fatte, verso il mondo e, soprattutto, verso la propria popolazione.

Sono passati cinque mesi dalla più grande evacuazione aerea nella storia statunitense e l’Afghanistan si trova nella peggior situazione possibile. I recenti colloqui ad Oslo tra lo Stato asiatico e la diplomazia occidentale hanno lo scopo di provare a cambiare le condizioni di miseria e le tragiche previsioni future della capitale, indirizzando un governo, quello talebano, per ora inefficace e incompetente.

 

La peggior crisi umanitaria mai vista, così molti dei principali funzionari delle Nazioni Unite hanno definito la decadenza che l’Afghanistan sta affrontando. Quarant’anni di guerre – venti contro la più grande potenza del mondo – hanno mutilato la popolazione civile del territorio, rendendola una delle tragedie più preoccupanti sia per il presente che per il futuro.

La decennale dipendenza afgana dai finanziamenti esteri si è conclusa nel giro di poche ore: l’abbandono americano – e del resto del mondo – hanno congelato sussidi che, prima dell’arrivo dei talebani, sostenevano più di tre quarti della spesa pubblica e circa il 40% del PIL, e nonostante ciò già metà della popolazione viveva sotto la soglia di povertà.

Le conseguenze della conquista dell’integralismo islamico sono, quindi, tutt’altro che una vittoria: milioni di persone soffrono la fame, gravi problemi di malnutrizione e gli ospedali – i pochi ancora aperti – sono privi di fondi e mandati avanti da persone che non ricevono uno stipendio da mesi. Gli ancora presenti aiuti umanitari, secondo il World Food Programme, non sono altro che una “goccia nell’oceano”, insufficienti a far fronte all’emergenza umanitaria e sanitaria in corso.

Tra le strade la sofferenza è tanta e, dalle stime del The Guardian, solo il 2% degli afghani ha sufficienti risorse alimentari di nutrimento. Siamo di fronte ad una delle peggiori carestie degli ultimi decenni, con donne che già all’inizio di settembre vendevano i propri figli per duecento euro, solo per potersi sfamare.

 

Tra il 24 e il 25 gennaio, la delegazione talebana, guidata dal ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi, ha incontrato i diplomatici di USA, Francia, Germania, Norvegia, Italia e Unione Europea nella capitale norvegese, Oslo. Lo scopo è stato quello di ascoltare i rappresentanti della società civile afghana sulle richieste di supporto e una valutazione della situazione statale.

L’obiettivo del nuovo governo è, oltre una cancellazione dell’“immagine sbagliata” dell’Afghanistan, scongelare i quasi dieci miliardi di dollari della Banca Centrale Afghana, bloccati dall’Occidente e causa della situazione umanitaria disastrosa.

D’altra parte, nessun paese europeo ha riconosciuto la nuova dirigenza, come sottolineato anche dalla stessa ministra degli Esteri norvegese Anniken Huitfeldt: “questi incontri non sono una legittimazione o riconoscimento dei Talebani”. Le richieste dei mediatori occidentali occupano le sfere della sicurezza nazionale e dei diritti umani, in particolare, quelli delle donne sotto il regime.

 

Non possiamo sapere se e come l’Occidente interverrà nella questione afghana. Possiamo però mostrare come, al di la dell’inconcepibile crisi umanitaria, la tragedia dell’Afghanistan dovrebbe interessare anche la diplomazia americana ed europea, sotto due punti di vista.

L’abbandono della regione corrisponde al ritorno della minaccia terroristica dello Stato Islamico (ISIS), la quale si è intensificata già dalla fine di agosto, compiendo in poco più di un mese 54 attacchi tra esplosioni suicide e omicidi. La crescita dell’ “allarme-terrorismo” contribuisce sia a minare la fiducia della popolazione nel nuovo governo che ad alimentare una possibile nuova “espansione” verso il mondo europeo.

Secondo motivo, l’Afghanistan rimane ancora ad oggi il principale fornitore di eroina al mondo, l’unico mercato ancora “attivo” nel Paese. Nonostante la promessa talebana di sradicare i campi di papaveri da oppio, il disastro umanitario porterà certamente a raddoppiare le produzioni per evitare di lasciar morire di fame la nazione.

L’intervento sembra essere preferibile all’allontanamento e alla rinuncia di supporto, una “separazione” che alimenterebbe terrorismo e traffico illegale di droghe, sottolineato anche dalla dura analisi pubblicata sul The Times dall’ex ministro britannico Gordon Brown: “L’Occidente può agire, ma invece dorme di fronte alla peggior crisi umanitaria del nostro tempo”.

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Arienti Stefano

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