La Serbia in bilico tra Europa e Russia

Migliaia di persone. Centinaia di bandiere. Cori, urla e braccia alzate in segno di fratellanza. No, non è una qualche manifestazione pacifica per denunciare il cambiamento climatico o la pretesa di diritti di una classe sociale. È un’immensa parata che, il 4 marzo 2022, si è tenuta a Belgrado, capitale della Serbia, allo scopo di sostenere la Russia nell’invasione e nella guerra in Ucraina, inneggiando alla figura di Putin e gridando alla fratellanza e al supporto reciproco. Come il resto del mondo, la Serbia guarda in direzione di Kiev, posizionandosi in una situazione ambigua e da vero e proprio “equilibrista”. Entra quindi a far parte dei molti Paesi che, seppur il voto di condanna all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, fatica a prendere posizione concreta, soprattutto sul piano politico ed economico. 

La Serbia attende dal 2012 che l’Unione europea dia una concreta risposta alla sua richiesta di diventare membro a tutti gli effetti, sentenza che tarda ad arrivare a causa della situazione di stallo e incertezza con la neo-repubblica limitrofa, il Kosovo. Esiste quindi una pretesa sempre più forte di Belgrado di ampliare i suoi rapporti con l’Occidente, ma una incapacità di rispettare i criteri d’ingresso richiesti dall’Unione: questa non può accettare che uno dei suoi membri (la Serbia nel caso venisse accettata) non sia in grado di garantire il controllo delle proprie frontiere, inesistenti dalla fine della guerra tra i due Paesi e chiudendo gli occhi sull’economia del contrabbando che dilaga e prospera su entrambi i lati del confine. Proprio su questa problematica si inserisce da anni la Russia, entrambi paesi slavi e a maggioranza cristiano-ortodossa, condividendo un’antica eredità culturale. Il non riconoscimento comune del Kosovo e i forti rapporti nell’enorme mercato degli idrocarburi (concretizzato con l’acquisto nel 2008 della Naftna Industrija Srbije da parte della russa Gazprom Neft), hanno permesso di ampliare e avvicinare sempre più Belgrado a Mosca. 

Gas russo a prezzo di favore; esercitazioni in comune tra eserciti e acquisto di armi russe; culture affini e dalla lunga tradizione. Perché, quindi, il presidente serbo Aleksandar Vucic ha sottoscritto la mozione di condanna dell’invasione russa in Ucraina? La volontà di entrare in Europa, ma il continuo legame economico con Mosca, più che una strategia di Belgrado, sembra rappresentare una forte indecisione da parte di un governo incapace di schierarsi: se da un lato l’attivazione contro il Cremlino rappresenterebbe una “spinta di fiducia” agli occhi europei, la non partecipazione alle sanzioni occidentali e la non sospensione del traffico aereo verso Mosca dimostrano una titubanza evidente. Inoltre, la recente manifestazione nella capitale aggiunge un altro fattore di esitazione per il governo, con i media per la maggioranza a sostegno dello “Zar di Ghiaccio”. 

I Balcani sono un quadro di forte nazionalismo, e questo Putin lo sa bene. Le affinità culturali tra i due territori sono molte, soprattutto in Serbia, dove Vladimir Putin è stato spesso accostato alla figura dell’ex presidente serbo Slobodan Milošević. Cupo e indecifrabile ai più, il leader contraddittorio fu ritenuto l’ideatore e, in parte, diretto responsabile dei peggiori episodi di pulizia etnica nei confronti dei musulmani di Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo durante le guerre balcaniche degli anni ’90. Difensore del nazionalismo serbo, caratterizzò il suo ruolo politico da un costante sentimento identitario e di rivendicazione passata della “Grande Serbia”, somigliando molto alla necessità di ricostruzione sovietica di Putin e la sua “revanche” nei territori “rubati” dalla NATO. 

India, Cina, molti Paesi africani. La Serbia si aggiunge al vasto club di Stati che non vogliono o possono condannare la guerra di Putin. Sia per vicinanze identitarie e culturali, sia per necessità economiche fondamentali. Per la prima volta da due settimane dagli scontri, una folla immensa di persone si è riversata nelle strade di una capitale per non supportare, come la maggior parte della popolazione mondiale, l’Ucraina, ma la guerra di un uomo che, violazione o meno della propria sicurezza territoriale, sta portando avanti una sanguinosa guerra e un sentimento di imperialismo e conquista territoriale. 

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Arienti Stefano

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