La Slovacchia e i profughi del conflitto

Come prevedibile, la guerra in Ucraina ha scatenato una gigantesca emergenza profughi, con milioni di persone che da Kiev stanno scappando nei Paesi limitrofi in cerca di protezione. Abbiamo già analizzato in un precedente articolo la situazione migratoria dopo poco più di una settimana di guerra, e già 1,5 milioni di persone erano scappate dal territorio ucraino per sfuggire ai continui bombardamenti. Pochi giorni fa, sono stati superati i tre milioni di profughi ucraini e i molti Paesi vicini chiedono da giorni un supporto europeo per il pesante afflusso di migranti da soccorrere. Tra questi, la Slovacchia è stata costretta ad applicare la “situazione straordinaria” all’interno del proprio Stato, decisione presa dal governo del premier Eduard Heger e per controllare con maggiori sicurezza e facilità le centinaia di migliaia di profughi che si stanno riversando nel territorio di Bratislava. 

Nata ufficialmente il 1° gennaio 1993, dalla divisione della Cecoslovacchia, la Slovacchia ha avviato nel corso degli anni un forte processo di transizione democratica e verso l’economia di mercato, indirizzando la propria visione verso il blocco occidentale. Seppur il percorso è stato inizialmente più lento rispetto ai molti Paesi limitrofi, nel 2004 lo Stato ha completato la propria “trasformazione occidentale” entrando ufficialmente all’interno nella NATO, nel 2007 ha aderito all’area Schengen e, infine, nel 2009 è entrata nell’Unione Europea. Nonostante questo nuovo legame europeo, la Russia rimane un partner energetico cruciale, fornendo la quasi totalità di gas e petrolio al territorio; le relazioni con Mosca, quindi, non possono che essere amichevoli, anche se negli anni Novanta si sono approfondite varie relazioni con gli Stati Uniti, soprattutto per la transizione democratica e per la ricostruzione della difesa dalla scissione con la Repubblica Ceca. 

Nonostante i forti rapporti con il Cremlino, la Slovacchia ha condannato l’invasione di Putin, schierandosi contro la guerra e cercando di supportare l’Ucraina, principalmente accogliendo i profughi in fuga. Il 26 febbraio, due giorni dopo l’inizio della guerra, diecimila persone si erano già riversate all’interno dei confini slovacchi: “Prima dell’attacco russo erano 1500 gli arrivi quotidiani. Ora c’è un’attesa da otto a dieci ore ai valichi della frontiera”, ha comunicato il ministero, principalmente donne e bambini, essendo gli uomini dai 18 ai 60 anni soggetti alla mobilitazione generale, e dunque obbligati a combattere in Ucraina. Il ministro della Difesa slovacco, Jaroslav Nad, ha inoltre confermato un piano di rifornimento militare per un valore di 2,6 milioni di euro e di aiuti per un valore di 8,4 milioni di euro, donati direttamente da Bratislava a Kiev. La fuga dall’invasione, però, sembra non fermarsi mai, e la stessa situazione è affrontata da tutti gli altri Stati confinanti con l’Ucraina: centinaia di persone aspettano sulle banchine in attesa di poter prendere un treno per la Polonia; altrettanti pazientano per un traghetto in direzione della Romania. Le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite hanno stimato che i Paesi vicini all’Ucraina potrebbero dover accogliere fino a cinque milioni di profughi entro la fine della guerra. 

A Ouzhhorod, una cittadina dell’Ucraina occidentale al confine con la Slovacchia, migliaia di profughi si sono riversati alla ricerca di riparo, cibo e acqua, in attesa di poter uscire dal territorio statale. La gente arriva da ogni luogo dell’Ucraina, sconvolta dopo giorni di viaggio e con la speranza di riuscire a contattare parenti o conoscenti all’estero o allo scopo di poter portare a termine la loro “idea di fuga”. La comunità Rom, però, non è nella stessa situazione: “I rifugiati che accogliamo hanno dei contatti, una strategia, almeno cercano di calcolare dove andare. I rom no. Sono gli unici a non avere un piano”, afferma Vitaliy Glagola, eletto funzionario municipale responsabile dei volontari. Arrivano senza un minimo piano, senza nemmeno riuscire a spiegare il motivo e il come sono riusciti a giungere nella cittadina; molti non parlano né russo né ucraino, solo la lingua rom, e molto spesso vengono emarginati dalla società per questo loro atteggiamento.

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Arienti Stefano

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