La Turchia si nasconde dietro la guerra in Ucraina

Per alcuni la guerra significa rovina, per altri è una grande opportunità. Se da un lato toglie la vita ad alcuni, ad altri consegna una nuova vitalità e un nuovo campo d’azione. Questo è quello che sta succedendo in Turchia, dove Recep Tayyip Erdoğan (in carica dal 2014 come Presidente) sta provando a destreggiarsi in un complicato gioco da equilibrista. Il dodicesimo presidente turco, infatti, ha guadagnato nel corso dei combattimenti un ruolo centrale sia all’interno della NATO che nel panorama internazionale, l’unico che può vantare un canale di dialogo sia con Mosca che con Kiev. Se da un lato questa possibilità può rappresentare uno spiraglio alla fine dell’invasione, molti esperti sottolineano come il capo di Stato si stia nascondendo dietro la guerra di Putin per mascherare la crisi economica che sta dilaniando il Paese. 

Il tasso di inflazione in Turchia è salito al 61,15% a marzo rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Lo ha annunciato l’ufficio di statistica di Ankara, comunicando un aumento del 7% da febbraio. Questa inflazione è particolarmente elevata nei trasporti, dove è circa il 100% in più in un confronto anno su anno. I redditi e i risparmi turchi si stanno divorando. Gli esperti incolpano la Banca Centrale per lo Sviluppo: nonostante la forte svalutazione della lira turca, nella seconda metà del 2021 essa ha gradualmente abbassato il tasso di interesse fino al 14%. Secondo la maggior parte degli economisti, si dovrebbe fare l’esatto opposto, allo scopo di rendere la lira più attraente con tassi di interesse più elevati. A peggiorare questo quadro si è aggiunto – come nel resto del mondo – l’aumento dei prezzi del petrolio e dell’energia a seguito della guerra in Ucraina. Il territorio di Ankara, infatti, negli anni scorsi, ha sviluppato una sempre più forte interdipendenza a favore di Mosca: oltre alla relazione personale tra i due presidenti, Erdogan e Putin, la cooperazione si è sviluppata in diversi altri ambiti. Il primo, e il più importante, è ovviamente quello dell’energia, e in particolare dal gas naturale: con il 33% degli approvvigionamenti di gas, la Russia rimane saldamente il primo fornitore della Turchia, garantendo flussi costanti che non si sono interrotti neanche nelle fasi più critiche degli anni precedenti (pensiamo infatti all’abbattimento di un jet russo in Siria da parte delle forze turche nell’ottobre 2015). L’interdipendenza, quindi, dei due Paesi è forte, e la guerra in Ucraina dovrebbe mettere a dura prova la “balance of power” che Ankara sta provando a mantenere tra NATO e Mosca. Come tanti altri Paesi in “buoni” rapporti sia con NATO che con la Russia (Cina, India, Siria e molti altri Stati dell’Africa), il problema più grande rimane sempre quello del “da che parte schierarmi”. Erdogan, però, sembra essere riuscito a “insinuarsi” tra i due poli, tra i due schieramenti in battaglia, prendendosi il ruolo di mediatore più importante del conflitto. 

Questa per noi è un’opportunità”. L’abilità e il cinismo di Erdogan hanno pochi paragoni fra i politici del mondo. Su Russia e Ucraina, la Turchia ha adottato una posizione che la mantiene in difficile equilibrio acrobatico. Da un lato, la collaborazione “competitiva” ed economica con Putin; dall’altro, la vendita dei droni di famiglia (articolo: “Etiopia: la morte del Tigray grazie ai droni da combattimento”) a Kiev per resistere all’offensiva del Cremlino. Il tutto culminato il 10 marzo, quando il presidente è riuscito a spostare il negoziato tra i ministri degli Esteri di Russia e Ucraina da una sconosciuta località della non neutrale Bielorussia a Istanbul. 

Centralità internazionale nei negoziati. Rilancio dell’immagine della Turchia tra gli elettori. Opacità sulla persistenza e situazione economica. L’invito, di settimana scorsa, nella capitale turca a Volodymyr Zelensky – che in visita ufficiale ha definito come un “amico” – e la comunicazione costante al telefono con Vladimir Putin, mostrano una forte esperienza diplomatica del presidente. Ora preme per portare in Turchia i due “big” a confronto. Se al sultano riesce il colpo di fargli stringere le mani, con la sua (Zelensky) fra quelle dei belligeranti, chi potrà negare a Erdogan il titolo di “uomo della pace”?

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Arienti Stefano

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