Le elezioni presidenziali americane, parte I: la costruzione e il paradosso del voto

Questa breve rubrica ha l’obiettivo di presentare le elezioni presidenziali americane. Come tutti abbiamo potuto constatare negli ultimi anni, sono uno dei momenti più importanti della politica non solo statunitense. Il giorno delle elezioni è, come vedremo, l’ultimo tassello di un lungo periodo di campagna elettorale, una costruzione dei leader in gioco e una lotta forsennata alla conquista degli Stati che compongono gli USA. In questo primo articolo dedicato al tema, analizzeremo i momenti principali precedenti al “Election Day” – evidenziando tutti i momenti fatidici che il candidato deve affrontare – e quello che viene definito dal politologo americano Robert Dahl il “paradosso del voto”. Non ci concentreremo tanto sul metodo di elezione, ma piuttosto sulla centralità della costruzione del candidato e sullo “show politico” dietro queste elezioni.

Il sistema elettorale americano è senza dubbio uno dei più complicati e contraddittori del mondo. Può essere, infatti, definito come “indiretto”: il presidente degli Stati Uniti non viene eletto in maniera diretta dalla popolazione, ma è formalmente votato dai cosiddetti “grandi elettori”, a loro volta nominati dai cittadini. La fase del voto avviene secondo tre momenti principali. Le “primarie” (dalla durata di cinque mesi), che portano alla nomination dei prescelti alla presidenza sia per il Partito Democratico che per quello Repubblicano. Il cosiddetto “Election Day”, ogni quattro anni e visto come un momento di coesione della nazione, in cui i votanti avranno la possibilità di decidere quale lista di grandi elettori appoggiare, alla quale viene associato il nome del candidato principale. Infine, l’ultima fase è quella della suddivisione dei grandi elettori tra i due rispettivi partiti in gioco: il candidato che per primo arriva alla soglia dei 270 grandi elettori diverrà il Presidente degli Stati Uniti. 

Ciò che noi ammiriamo alla televisione ogni quattro anni sono solo il termine di un lungo processo di campagna elettorale. In America più che in qualsiasi altro Stato del mondo, l’elezione presidenziale è un mezzo di “spettacolo” e intrattenimento gigantesco. Dietro ogni candidato si instaura una grande macchina propagandista – con a capo il cosiddetto “spin doctor” -, col compito di designare tutte le azioni che il prescelto del partito dovrà svolgere alla lettera: numero di apparizioni televisive, convegni, incontri, meeting con i grandi imprenditori; e ancora: quando dire una certa frase, in che modo, creando quale contesto. Si assiste per mesi e mesi ad uno spettacolo teatrale, un talent show nazionale in cui il cittadino è chiamato a giudicare l’operato dei due partiti. Mai come oggi, con l’imponente sviluppo dei media, l’elezione presidenziale americana ha inglobato a sé qualsiasi ambito della vita quotidiana di un cittadino: nel bel mezzo della campagna, dibattiti televisivi e mediatici hanno creato uno concetto di “scontro-confronto” tra i leader, puntando tutto sul mostrare la propria onnipotenza e i difetti dell’avversario. 

La Costituzione americana è un mito. La prima costituzione scritta della storia e l’unica a non essere mai stata modificata fin dalla sua nascita, nel 1787. Robert Dahl, dopo le elezioni del 2000 (con la vittoria del repubblicano George W.Bush sul democratico Al Gore), scrisse “Quanto è democratica la Costituzione americana?” (2001), nel quale tentava di spiegare i limiti della costituzionalità americana e della piena democrazia. Senza negare né il coraggio dei padri fondatori né la formidabile tenuta dell’architettura che essi costituirono due secoli fa, Dahl ci invita a considerare questi uomini come noi, che pur di giungere ad un accordo non esitarono a legittimare – per esempio – la schiavitù e a tralasciare alcuni aspetti soprattutto sulla questione delle votazioni. È in quest’ultimo contesto che si inserisce il cosiddetto “paradosso del voto”. Il numero di grandi elettori è predefinito, in un numero ovviamente equivalente ai membri che compongono il Congresso: 438 membri della Camera vengono distribuiti in base al peso demografico di ciascuno Stato; di fianco, due membri per ciascun paese della Federazione andranno a comporre i cento Senatori, indipendentemente dalla “grandezza” del territorio. È in questo secondo momento che Dahl evidenzia dubbi sulla costituzionalità: si viene a formare una situazione in cui il voto nel Senato in uno Stato (come il Nevada) vale 17 e in un altro (come la California) solamente 1. C’è quindi una possibilità di distorsione del voto, in cui uno Stato relativamente meno “importante” rispetto ad un altro ha un peso molto maggiore. “La Costituzione di questo paese non è altro che una creatura concepita per tenere a bada la marmaglia, onde evitare che, neanche per errore, il popolaccio possa avere la cattiva idea di diventare padrone del proprio destino”, queste chiare parole del saggista statunitense Noam Chomsky riflettono però un filtro – quello voto elettorale, grandi elettori, presidente – limitante alla democraticità del voto popolare. Un meccanismo, uno strumento di selezione che può inevitabilmente portare ad una distorsione del voto, e quindi il dover riconsiderare quella che per secoli è stata considerata uno dei pilastri del mondo democratico. 

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Arienti Stefano

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