L’Ungheria è il secondo problema principale dell’Europa

Viktor Orbàn continua a vincere. E nelle elezioni del 4 aprile lo ha fatto con risultati più sorprendenti del previsto. Seppur l’anno scorso il presidente aveva perso la fondamentale maggioranza dei due terzi in Parlamento (che gli permise in passato di modificare duramente la Costituzione a suo favore) e relativi consensi popolari, il Fidesz-Partei ha ottenuto negli scorsi giorni il 53% dei voti, garantendo 135 seggi parlamentari su 199, e quindi, ancora una volta, la tanto ricercata maggioranza dei due terzi. È il quinto mandato. Il quarto mandato consecutivo con il partito Fidesz dal 2010: “Abbiamo ottenuto una vittoria straordinaria”, ha affermato Orbàn ai propri sostenitori. “Una vittoria così potente che puoi vederla anche dalla luna, ma sicuramente da Bruxelles”. Continua a ricalcare, Orbàn, la sua opposizione all’Unione Europea, sempre più lontano dallo stato di diritto e sempre più vicino all’autoritarismo e alla corruzione. Il leader ha saldamente in mano tutto il Paese, e non lo vuole mollare, seppur le costanti controversie con Bruxelles sul tema migratorio, la corruzione e, attualmente, l’avvicinamento alla Russia di Vladimir Putin. 

Il binomio UE-Ungheria non ha mai funzionato. Ad Orbàn è chiaro che il panorama europeo sta stretto e non condivide la democrazia portata avanti dal Vecchio Continente. Prima del conflitto i temi di tensione erano già molteplici, principalmente riguardo il tema dei migranti. Il conservatorismo e nazionalismo di Orbàn ha permesso la costruzione di una barriera di filo spinato lunga 175 chilometri e alta quattro metri al confine con la Serbia. Un muro sulla frontiera meridionale dalla quale arrivano i profughi – soprattutto da Afghanistan, Siria e Pakistan – che sono riusciti a risalire i Balcani attraversando la Bulgaria e la Macedonia. L’immigrazione è “un pericolo contro il quale è necessario considerare tutte le opzioni”, ha dichiarato il presidente ungherese, sottolineando i folli piani europei sul tema. Seppur pacatamente, l’Unione Europea non è rimasta ferma a guardare. Due giorni dopo la vittoria elettorale, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato la violazione dello Stato di diritto e l’avvio della procedura per tagliare i fondi europei (attualmente dal valore di 7,2 miliardi di euro). È la prima volta che questo meccanismo viene azionato, costretto dopo le continue violazioni della Nazione: “In Ungheria, abbiamo chiarito che il problema è la corruzione”, ha annunciato di fronte ad un Parlamento europeo a sostegno della Presidente europea. Euforia che, però, deve scontrarsi con la ferrea legislatura dell’Unione: il passaggio finale per il taglio dei fondi richiede l’approvazione di almeno quindici Stati membri comprendenti almeno il 65% della popolazione dell’area europea.

I tempi sono difficili, ma siamo in buona compagnia” dichiarò il primo febbraio Viktor Orbàn durante il suo “amichevole incontro” con la Russia. L’affermazione, che disegnò un sorriso sul viso del presidente Putin, ha ampliato la sfera di tensione con l’Europa e sulla situazione dell’invasione ucraina. Una visita d’amicizia che, però, aveva ben altri scopi rispetto quelli annunciati: “Il prezzo del gas pagato dagli ungheresi è il più basso di sempre”, si è vantato il premier davanti ai giornalisti, mostrando come sul tavolo della trattativa c’erano accordi economici da portare avanti, ben più importanti rispetto alla guerra. Il 21 febbraio, a dar ancora più voce alla vicinanza a Mosca, le autorità di Budapest annunciavano la decisione di dispiegare truppe nei pressi del confine ucraino. Il contingente, come spiegato dal ministro della Difesa Tibor Benkő, sarebbe stato utilizzato – in parte – per svolgere compiti umanitari e che sarebbe stato impiegato principalmente per rafforzare la linea di confine in modo da “prevenire eventuali incursioni armate nel territorio nazionale”. 

È una posizione carica di ambiguità quella del presidente Orbàn e del suo partito. Se in un primo momento l’invasione su larga scala sembrava aver colto di sprovvista anche il leader di Budapest (“C’è una guerra, è tempo di essere uniti” aveva dichiarato all’inizio del conflitto), ha successivamente dichiarato la non volontà di fornire armi agli ucraini, benché disposta ad accogliere tutti i profughi di guerra. L’appuntamento elettorale appena passato pone l’Ungheria tra due fuochi: da un lato un’Unione Europea sempre più lontana, dagli ideali opposti e difficili da integrare nel territorio di Budapest. Dall’altra una Russia in guerra, al limite del collasso economico e con gran parte del mondo schierata contro di essa. Un allineamento con Mosca è sicuramente più rischioso: la perdita di gas e le sanzioni, inevitabili, portate da un sostegno al Cremlino sarebbero sicuramente molto più devastanti (anche a livello di reputazione) per Orbàn e per la popolazione ungherese. 

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Arienti Stefano

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