Nigeria, Africa: il paese di serie B

La bassa considerazione del continente africano e la forte influenza di territori molto simili (soprattutto nelle condizioni in cui vertono), in particolare Afghanistan e Iraq, nascondono la Nigeria dall’attenzione del mondo, una nazione dalle potenzialità inimmaginabili ma dilaniata dai conflitti interni. Per questo motivo è possibile considerarlo un “paese di serie B”, di cui ci giungono relativamente poche notizie riguardo ai drammi che sta attraversando.

La Nigeria è il primo produttore di petrolio in Africa (e ottavo nel mondo) e di altre materie prime di sempre più alta rilevanza, esportate principalmente verso gli Stati Uniti. Con 160 milioni di abitanti è il paese più popoloso dell’Africa e tra i dieci globalmente, contendendosi la leadership africana solo con il Sudafrica.

Nonostante ciò, più della metà della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno e un bambino su tre soffre di malnutrizione cronica; il tutto affiancato da un tasso di mortalità materna sempre più elevato. È quindi uno Stato “incatenato”, visibilmente abbattuto anche dalla pandemia, la quale ha portato come principale conseguenza nel paese (oltre alle morti) un netto calo delle esportazioni del petrolio, il 60% delle entrate del Governo. 

La straziante situazione è dovuta principalmente alle lotte interne dello Stato, con scontri e attentati dovuti dalla presenza di terroristi islamici. Guerriglia per la dominazione delle compagnie d’estrazione petrolifera, violenze tra allevatori e comunità agricole e sporadiche rivendicazioni di indipendenza, il tutto affiancato ad un esponenziale aumento della criminalità organizzata nei grandi centri cittadini (soprattutto nella capitale Lagos). Infatti, secondo il Global Terrorism Index del 2020 la Nigeria è il terzo Paese del mondo in cui il terrorismo ha colpito con la maggior ferocia, provocando instabilità economica e sociale osservabile nel 2020 recessivo (-1,92%). 

È in Nigeria che l’enorme fenomeno terroristico si è sviluppato in forme agghiaccianti, portando la cosiddetta “industria dei sequestri” a divenire la maggior forma di guadagno della criminalità organizzata (e in forte collegamento con la particella terroristica di Boko Haram). Le vittime di questi rapimenti sono principalmente giovani studenti, ricchi e poveri, a cui viene richiesto come riscatto una specifica somma di denaro basata sulla ricchezza della famiglia. 

Una delle conseguenze più preoccupanti è l’obbligata chiusura delle scuole, costrette per far fronte a questi atti di sequestro ma che portano ad un elevato aumento del tasso di analfabetismo: una vittoria per il mondo jihadista, con la conseguente sconfitta del modello occidentale. 

Questi fatti vengono raramente denunciati alla debole polizia locale: i più di mille rapimenti dichiarati sono infattibili di fronte all’enorme guadagno di queste bande criminali, sempre più centrali nel governo statale. 

Osservando non solo la Nigeria ma molti altri Stati di tutto il continente africano, è possibile individuare uno spesso “Fil Rouge” comune: Stati dalle alte potenzialità ma bloccati per conflitti interni e organizzazioni criminali. A complicare il quadro è la difficile situazione che il resto del mondo deve affrontare nei confronti di questi Stati: la possibilità di un interventismo pericoloso, soprattutto per un alto rischio di scontro militare e di una regolamentazione economica poco adeguata. 

È agghiacciante la sfrontatezza con cui lo Stato uccide i suoi cittadini, in modo così palesemente premeditato, come se fosse certo della mancanza di conseguenze” (Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice, femminista e attivista nigeriana), conseguenze che, però, fino ad ora non abbiamo visto. 

 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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