Russia-Ucraina: la ricerca di in-stabilità degli Stati Uniti

Geograficamente più lontani dalla città di Mosca, gli Stati Uniti stanno svolgendo all’interno di questo sempre più drammatico conflitto una posizione centrale, sia dal punto di vista economico che – soprattutto – da quello ideologico. L’invio costante di armi e le “ricercate” parole del presidente Joe Biden, mettono a dura prova non solo la sopportazione russa, ma pongono in un piano delicato anche la stessa Ucraina di Zelensky. La loro ovvia e pesante presa di posizione costringe tutto il mondo Occidentale a “tener testa” alle dichiarazioni provenienti oltreoceano, con un’Europa sempre più mediatore tra le parole del presidente e la Russia dello “Zar di Ghiaccio”.

Giovedì 25 novembre 2021, il Ministro degli Affari Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, annunciava che il volume di assistenza finanziaria ricevuta dagli Stati Uniti è stato di oltre 130 milioni di dollari. A riportare le parole del ministro è stata l’agenzia di stampa russa “TASS”, indicando come la somma è stata devoluta interamente allo sviluppo del settore della difesa del Paese dell’Est-Europa. Nel dettaglio, armi, equipaggiamenti militari, munizioni, navi, mezzi di comunicazione specializzata ed equipaggiamento medico sono stati riforniti da Washington lungo tutto l’anno. È doveroso ricordare come questo supporto americano sia stato destinato allo scopo di fronteggiare una possibile “aggressione russa” e da collocare nel quadro di un pacchetto di assistenza dal valore di oltre 2,5 miliardi di dollari, elaborato a partire dal 23 febbraio 2014 (anno dell’annessione della Crimea ai territori di Mosca). Lo stesso anno, quasi due mesi prima le dichiarazioni del ministro Kuleba, il vertice di alto livello tra Joe Biden e Volodymyr Zelensky ha portato ad un nuovo accordo sui finanziamenti militari: l’intesa – duramente condannata dalla Russia – ha portato la Casa Bianca ad inviare un nuovo pacchetto di aiuti dal valore totale di sessanta milioni di dollari, attivato per aiutare l’Ucraina nel contenimento di una possibile “aggressione russa”. Queste tappe, che per il presidente ucraino Zelensky hanno segnato “una nuova tappa nella cooperazione in materia di Difesa tra Ucraina e Stati Uniti”, sembrano – però – dimostrare una forte preponderanza finanziaria americana contro Mosca, una pressione territoriale da non sottovalutare, soprattutto dopo quello che è accaduto ormai quasi due mesi fa. Allo stesso modo dell’anno scorso, l’America continua ad inviare gigantesche somme di denaro e armamenti a Kiev, tanto che martedì 12 aprile Joe Biden ha dato il via libera all’invio di nuove forniture per un valore di ottocento milioni di dollari. Di fianco, con una nota diplomatica inviata direttamente al Dipartimento di Stato dell’ambasciata russa e trasmessa dal Washington Post(intitolato: “Sulle preoccupazioni della Russia nel contesto di forniture massicce di armi ed equipaggiamento militare al regime di Kiev”), la Russia ha avvertito che le forniture di USA e NATO di sistemi di arma “più sensibili” all’Ucraina alimentano il conflitto e fomentano la possibilità di conseguenze imprevedibili. Si richiede, infatti, “agli Usa e agli Alleati di fermare la militarizzazione irresponsabile dell’Ucraina, che implica conseguenze imprevedibili per la sicurezza regionale e internazionale”. 

Se al “fuoco si risponde col fuoco”, le parole di Joe Biden – di fronte ai gesti di Vladimir Putin – risponde con una scarica di piombo. La guerra in Ucraina giungeva – il 13 aprile – al suo quarantanovesimo giorno, senza che ancora si riesca a scorgere una via di uscita imminente, immersi in una situazione di sanzioni e crimini di guerra. Le continue atrocità che ogni giorno vengono a galla dalle ex aree di occupazione russa, hanno indotto il presidente Biden a parlare per la prima volta di “genocidio”. È un termine che l’inquilino della Casa Bianca aveva finora tentato di evitare ma che adesso, di fronte alle scene di devastazione che giungono dall’Ucraina, non è riuscito a non utilizzare. “Ho usato la parola genocidio”, ha detto il presidente ai margini di una visita nell’Iowa, “perchè è diventato sempre più chiaro che Putin stia solo cercando di spazzare via anche l’idea di poter essere ucraini”. Ovviamente, la risposta russa non si è fatta attendere e il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, in una teleconferenza con i giornalisti, ha annunciato che “Questo è difficilmente accettabile da un presidente degli Stati Uniti, un paese che ha commesso crimini noti negli ultimi tempi”. Lo stesso Macron si è detto riluttante a usare il termine “genocidio” e, parlando all’emittente pubblica France 2, ha dichiarato la sua continua volontà a “cercare, per quanto posso, di fermare questa guerra e ricostruire la pace. Non sono sicuro che un’escalation di retorica serva a quella causa”. 

A fianco delle armi, le parole sono i mezzi che più possono causare danni e perdite umane in una guerra. Sono anche però quelle che permettono – al pari di una bomba nucleare – di creare una situazione di deterrenza tra i due poli in conflitto. I costanti finanziamenti militari americani e l’“escalation di retorica” di Joe Biden e della Casa Bianca mettono a dura prova sia Russia che Ucraina: da un lato – come mostrato – la Russia sente una minaccia (“storica”) soffiare alle sue spalle; ma, allo stesso tempo, una troppa “sfacciataggine” americana potrebbe consegnare il via libera a Putin per attaccare con ancora più atrocità i territori di Kiev.

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Arienti Stefano

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