Sulla costituzione del Cile vi è stampato il volto di Pinochet

Il 19 dicembre 2021 ci sono state le elezioni presidenziali nella Nazione del Cile, le quali hanno visto come vincitore il trentacinquenne Gabriel Boric, che ha raggiunto il 55% dei voti – la stessa percentuale di consensi che 33 anni fa rese possibile la fine della terribile dittatura di Pinochet.

Gabriel Boric è già simbolo della rivoluzione. Lo sconfitto è il populista di estrema destra Kast, grande estimatore di Augusto Pinochet e che avrebbe adottato, con molte probabilità, una linea politica simile a quella di Bolsonaro in Brasile. La sua nomina avrebbe portato per l’ennesima volta ad un regresso, complice di una linea fin troppo nazionalista all’interno di un mondo ormai globalizzato. L’ingresso nel “Palazzo de La Moneda” del nuovo presidente, descritto da molti come il nuovo “Allende”, rappresenta la definitiva conclusione di una dittatura che è stata forzatamente procrastinata per quasi cinquant’anni. 

In Cile la democrazia è presente dal 1990, anno in cui il governo dittatoriale di Augusto Pinochet era stato smantellato tramite una votazione popolare. 

Nel 1989 la dittatura militare di stampo fascista che ha guidato la Nazione sotto il segno della violenza e del timore, cadde ufficialmente, lasciando il posto ad una democrazia. Durante il mandato di Patricio Aylwin, il governo del popolo appena instaurato, al quale era stata affidata la missione di tagliare i ponti con il temibile passato, decise di lasciare invariata la costituzione emanata nel periodo dittatoriale, senza indagare sui crimini umanitari commessi da Pinochet. 

Nel silenzio non si era fatto altro che legittimare la violenza e i soprusi. Per circa trent’anni, infatti, la Costituzione cilena non è stata in grado di salvaguardare la popolazione e i suoi diritti, diventando l’araldo della dittatura precedente. L’ombra di Pinochet ha continuato ad oscurare il Cile: le famiglie, che silenziosamente chiedevano giustizia, rimasero nel loro silenzio, non più colmo di paura ma di rancore. 

Il neo presidente Boric ha da subito “urlato” la volontà di cambiare la carta costituzionale e mettere la parola fine a quelle leggi che hanno legittimato la violenza e la depravazione dei diritti fondamentali dei cittadini. La popolazione cilena avverte un moto di cambiamento, ma il velo del terrore rimane vivo con la coscienza popolare di chi questa transizione l’ha desiderata per troppi anni. Vedremo se la voce di un uomo permetterà al Cile di cantare, finalmente, l’inno alla libertà.

Il Cile è stanco, e per la prima volta, il Presidente della Nazione sembra condividere con la sua gente tale sentimento. Dal 19 dicembre il Paese sudamericano sembra aver avuto la possibilità di cambiare volto. L’elezione ha rappresentato uno “sbilanciamento” delle dinamiche politiche mai avvenuto prima: è per il Cile e per il suo nuovo presidente un salto nel vuoto, ma con la possibilità di svoltare una Nazione la cui vita è ferma dal 1973. 

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Arienti Stefano

Arienti Stefano

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